Lavoratrici madri: voucher baby sitting. Ecco cosa sapere

Lavoratrici madri: voucher baby sitting. Ecco cosa sapere

L’analisi della Sottosegretaria al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali Teresa Bellanova (pubblicato il 4 luglio 2014) – L’Unità

Qualche giorno fa la rivelazione periodica dell’Istat è tornata ad accendere i riflettori sullo stato del mercato del lavoro nel nostro Pese, e in particolare sulle donne. Purtroppo, ancora, nessuna novità: le donne faticano a essere presenti nel mercato del lavoro, scontano difficoltà diverse e di diversa natura, dai differenziali retributivi, al tetto di cristallo, alle illegalità perpetrate utilizzando il vergognoso strumento della firma delle dimissioni in bianco. Su queste ultime il Parlamento si è espresso in maniera forte proprio di recente, approvando una legge moderna e avanzata. Tuttavia, più spesso e più semplicemente parliamo di carenza di politiche e di servizi alle famiglie e all’infanzia, che comporta l’impossibilità per le donne, in particolare per le madri, di tenere insieme lavoro e vita privata.

È un Paese paradossale, il nostro, nel quale grande importanza si attribuisce al ruolo della famiglia nella società, e giustamente, e si rischia poi di trascurare i modi e gli strumenti con i quali questo ruolo può essere sostenuto. Un Paese nel quale il 22% delle donne occupate in gravidanza non lavora più a due anni dal parto, nel Mezzogiorno addirittura il 29%. Nel quale quasi il 43% delle donne con figli piccoli sono dati dell’ultimo rapporto annuale dell’Istat lamenta la difficoltà di «conciliare» carriera e maternità. La maggior parte ricorre ai nonni, e in secondo luogo ai nidi pubblici e (soprattutto) privati. È evidente, dunque, che c’è un tema non più procrastinabile, sul quale è rimasto poco, o poco di nuovo da commentare, e sul quale bisogna agire, proprio sfruttando questi dati che, per quanto negativi, ci aiutano a inquadrare la situazione e a programmare interventi. Senza servizi alle famiglie, è assai difficile che maternità e lavoro possano diventare un binomio concreto. Al contrario, dove sono presenti servizi e misure di sostegno, le donne lavorano in tante e fanno figli, decidendolo in libertà. Come dovrebbe essere normale. Anche nel nostro Paese.

Tra le tante e doverose misure che si possono adottare, una è già contenuta nella legge n.92 del 2012 (Voucher_baby_sitting_L_92), e prevede per la madre lavoratrice, che al termine della maternità obbligatoria rientra a lavoro, in alternativa al congedo parentale, un voucher per l’acquisto di servizi di baby sitting o di un contributo per la retta di asili pubblici o privati accreditati, dell’importo di 300 euro mensili per sei mesi. La richiesta deve essere effettuata dalla madre lavoratrice rispondendo per via telematica in un arco temporale limitato a un bando emesso dall’Inps (il meccanismo è simile a quello del cosiddetto clickday). Probabilmente nel 2013 la misura è stata scarsamente pubblicizzata; le modalità non semplici per la richiesta del bonus, le scadenze per la presentazione della domanda troppo strette, l’importo non sufficiente, hanno contribuito ad un risultato insoddisfacente del primo anno di erogazione.

Eppure, per quanto limitati, i fondi non sono pochi: 20 milioni di euro stanziati per ciascun anno dal 2013 al 2015. Per il primo anno le beneficiarie effettive sono state meno di 4000, ed è stato speso poco meno di un quarto dei fondi disponibili. Per questo motivo abbiamo condotto una verifica delle modalità di richiesta ed erogazione del bonus, ed effettivamente abbiamo riscontrato che una misura tanto importante per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, così com’è non centra l’obiettivo, non solo perché non risolve il problema ma anzi c’è il rischio che importanti stanziamenti, in tempi di risorse scarse, restino inutilizzati o vengano destinati ad altro.

Dunque, in tempi brevi saranno effettive queste novità: la madre che rientra al lavoro può richiedere entro il 31 dicembre (senza più dover rincorrere il clickday) un contributo da utilizzare per pagare la baby sitter o per l’asilo nido pubblico o privato accreditato; da 300 euro mensili il contributo passa a 600; il beneficio viene esteso anche alle lavoratrici del pubblico impiego, prima escluse. Stiamo lavorando perché la misura così modificata sia operativa nel più breve tempo possibile. Ed è preciso obiettivo del Ministero del Lavoro recuperare i fondi rimasti inutilizzati nel 2013, rimetterli a disposizione della misura evitando che siano impiegati per scopi diversi.

Infine, abbiamo estrema necessità che le donne sappiano che questi strumenti esistono, e che siano messe in grado di usarli. La consapevolezza, l’informazione, sono la prima arma di contrasto all’esclusione, anche nel mondo del lavoro. Per questo, metteremo a punto una campagna di informazione, ma intanto è indispensabile la collaborazione degli organi di informazione e, soprattutto, della rete delle donne.

DAL SITO DELL’INPS

A CHI SPETTA

Possono accedere al beneficio:
le lavoratrici dipendenti;
le lavoratrici iscritte alla gestione separata di cui all’art.2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n.335, (ivi comprese le libere professioniste, che non risultino iscritte ad altra forma previdenziale obbligatoria e non siano pensionate, pertanto tenute al versamento della contribuzione in misura piena), che si trovino in una delle seguenti condizioni:
le lavoratrici madri che, al momento della domanda, siano ancora negli 11 mesi successivi alla conclusione del periodo di congedo obbligatorio di maternità, e non abbiano fruito ancora di tutto o parte del periodo di congedo parentale;
le gestanti, la cui data presunta del parto è fissata entro i quattro mesi successivi alla scadenza del bando per la presentazione della domanda.
Le lavoratrici madri possono accedere al beneficio anche per più figli, presentando una domanda per ogni figlio/nascituro (in caso di gravidanza plurima) purché ricorrano per ciascun figlio i requisiti sopra richiamati.

Approfondisci sul sito INPS >>>

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